Quali sono i meccanismi cognitivi implicati nella perdita di peso? “Cambia il tuo stile di vita, mettiti a dieta, fai più esercizio fisico”. Queste sono tre delle indicazioni più frequenti che i professionisti della salute danno a chi deve perdere peso. Ma quanti riescono effettivamente a perdere peso, ma soprattutto a mantenerlo a lungo termine?

Pochi.

Le persone che hanno difficoltà a cambiare le proprie abitudini, infatti, riportano spesso che è difficile seguire le prescrizioni dei professionisti. La conoscenza della necessità di uno stile di vita sano da sola non è sufficiente a spingere una persona ad operare un cambiamento. Allora, quali meccanismi intervengono nel mantenere radicate le abitudini disfunzionali?

MECCANISMI COGNITIVI E PERDITA DI PESO

Alcuni autori (Jansen, Houben e Roefs, 2015) hanno identificato dei meccanismi cognitivi specifici che risulterebbero implicati nell’adesione degli individui ai programmi dietetici:

  • reattività allo stimolo del cibo (food cue reactivity);
  • meccanismi relativi alle funzioni esecutive;
  • bias attentivi.

FOOD CUE REACTIVITY

Secondo Bouton (2011) il desiderio di mangiare ed il food craving possono essere facilmente appresi. Le frequenti esposizioni a cibi altamente appetibili rendono pressoché infinite le possibilità di associazione tra stimoli/contesti e questa tipologia di cibo. Infatti, ogni volta che consumiamo un alimento, c’è la possibilità di associarlo ai segnali/contesti presenti al momento (es. ora del giorno).

Apprendere un’associazione simile tra segnali/contesti e cibo è una forma di condizionamento classico: i segnali ed i contesti associati diverranno stimoli (condizionati) per l’assunzione di cibo (stimolo incondizionato). Studi sugli animali mostrano come i ratti consumino in misura maggiore persino cibi non favoriti se esposti a segnali di contesto precedentemente associati ai loro cibi preferiti.

Analogamente, negli esseri umani l’apprendimento del desiderio di cibo sembrerebbe realizzarsi attraverso il condizionamento classico: dopo aver appreso lo stimolo “segnale” che predice l’assunzione di cibo, la semplice presenza di tale segnale è sufficiente a suscitare desideri e aspettative riguardanti il cibo. Ad esempio, se hai l’abitudine di mangiare un dolcetto la sera, supponiamo attorno alle 21, potresti sperimentare un desiderio di quel dolce dopo cena, proprio verso quell’ora. Bongers e colleghi (2015) riconoscono inoltre il ruolo delle emozioni come un possibile predittore dell’eccesso di cibo (alimentazione emotiva).

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FUNZIONI ESECUTIVE E PERDITA DI PESO

L’inibizione della risposta è la funzione esecutiva maggiormente studiata in relazione all’obesità: si riferisce alla capacità di inibire le risposte automatiche o “impulsive”.

Secondo Kulendran e colleghi (2014) una scarsa capacità di controllo inibitorio è associata al fallimento del programma dietetico. Due studi mostrano come i bambini affetti da obesità con minori capacità inibitorie (misurate prima di un trattamento cognitivo-comportamentale) hanno perso meno peso durante un trattamento cognitivo comportamentale per la perdita di peso rispetto ai bambini obesi con maggiori capacità inibitorie.

L’ipotesi di un maggior controllo inibitorio nelle persone che seguono una dieta con successo e di un minor controllo inibitorio nei soggetti con obesità è supportata dall’evidenza di un ridotto metabolismo della corteccia pre-frontale (Volkow et al., 2011); viceversa, è stata trovata una maggiore attività nella corteccia pre-frontale in soggetti che seguivano una dieta con successo (Sweet et al., 2012).

BIAS ATTENTIVI

La maggiore attrattiva degli alimenti ipercalorici può essere spiegata dall’elaborazione attentiva distorta (bias attentivo) degli stimoli del cibo nei soggetti obesi. Col termine bias attentivo cibo-relato ci si riferisce all’elaborazione selettiva dell’attenzione a stimoli alimentari inclusa una maggiore attenzione ed interferenza da parte degli stimoli del cibo rispetto ad altre tipologie di stimoli.

Werthmann e colleghi (2011) hanno studiato il corso dell’attenzione durante l’esposizione a stimoli-cibo a basso contenuto calorico e neutro in soggetti obesi e normopeso usando un eye tracking. Dai risultati dello studio emerge che i soggetti obesi presenterebbero un bias attentivo per i cibi ricchi di grassi.

Tuttavia, altri studi mostrano come non vi sia un bias attentivo nei soggetti obesi. Nello specifico, Roefs e colleghi (2015) sostengono che il bias attentivo sia dipendente dallo stato mentale del soggetto. I soggetti obesi, infatti, potrebbero non avere sempre un’attenzione selettivamente orientata al cibo, ma solo quando il loro mindset è focalizzato sulla piacevolezza (hedonic).

CONCLUSIONI

Comprendere i meccanismi cognitivi implicati nel mantenimento di un peso corporeo elevato come la reattività allo stimolo del cibo, le funzioni esecutive deficitarie ed i bias attentivi, è di cruciale importanza per realizzare un effettivo cambiamento a livello comportamentale. Infatti, si sostiene che le abitudini alimentari disfunzionali possano essere modificate da specifici interventi sui meccanismi cognitivi che mantengono il problema.

Nei prossimi contenuti approfondiremo alcune tematiche a riguardo. Nel caso tu voglia approfondire, ti invito a visitare la sezione del sito relativa a MindSlim, il mio metodo di lavoro che offre numerosi benefici a chi vorrebbe riscoprire il proprio legame con il cibo.

 

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